Vivere in emergenza anestetizza l'anima

Vivere in emergenza anestetizza l'anima

mercoledì 8 gennaio 2014

Anestesia per un cadavere




Devo scrivere così tanto che penso che mai riuscirò a riprendere in mano una penna.
Continuo a pensarlo nonostante io stia già scrivendo.
L’ultima volta che ho avuto voglia di scrivere è stato a seguito di una conversazione che mi aveva ispirato molto.
Romina è un po’ come il mio Socrate : attraverso la sua maieutica tira fuori dalla mia mente tanta filosofia.
Una sera, annoiata e pensierosa mi misi a riflettere con la mia Socrate su quelle persone che inconsciamente noi utilizziamo come medicina.
Illudiamo tanto noi stessi quanto i poveri malcapitati e per quanto lusinghiera la situazione possa essere, da entrambe le parti, la conclusione è sempre pessima e deleteria.
Per comprendere bene il mio punto di vista credo sia necessario partire dal termine greco “Farmakon” che significa “veleno” e come tale può essere anche antidoto di se stesso.
Un Farmakon ti uccide e ti cura mantenendo sempre la stessa natura; così nella vita spesso ciò che supponiamo possa guarirci invece ci uccide.
Il profilo francese del quale sfortunatamente io mi innamorai fu per me tanto medicina quanto sciagura.
L’errore più grave che possiamo commettere quando ci rapportiamo con l’esterno , pieni di cerotti e ferite, è quello di confondere il narcotico con il farmakon puro.
Il narcotico tende ad anestetizzare il cuore disegnando sogni e desideri , i quali svaniscono nel momento in cui l’effetto narcotico si esaurisce.
Il farmakon cura e disinfetta le ferite.
Il primo crea dipendenza il secondo nostalgia.
Facilmente entrambi vengono confusi con il sentimento d’amore che , a dire di molti, è tutt’altra storia.
Io che sono priva di consapevolezza riguardo a questi argomenti da “grandi” continuo irrimediabilmente a fare il bagno nel veleno.
Giorni fa , quando all’amore certo non pensavo, mi sono ritrovata a fare i conti con la mia volubile incoerenza.
 Ho consapevolezza di volere amare e penso di poterlo anche fare ma credo d’aver tanto idealizzato questo sentimento da non riuscire ormai a sentire più niente.
Ciò che provo è sempre troppo poco rispetto a ciò che sono convinta che dovrei provare.
Il mio cane interrompe la scrittura perché convinto che la penna sia un giocattolo da mordere, c’è chi interrompe la propria vita perché altri gli mordano il cuore : siamo tutti dei piccoli Pino giocherelloni?
Da qualche giorno ho chiuso una relazione cominciata per gioco , una sorta di rivalità con una gnocca immaginaria alla quale , secondo il mio subconscio, io ho fatto un dispetto; alla fine gli unici a pagarne le conseguenze sono stati la mia coscienza e quel povero cristo che si è trovato in mezzo fra me , Circe , Sofia ed Osvaldo.
Mi trovo a commettere gli stessi errori che ho tanto condannato quando commessi da altri , mi ritrovo ad odiarmi perché mi metto alla prova saltando sulle spalle di altri senza curarmi del male che provoco.
Inevitabilmente adesso mi tocca fare il bilancio dell’anno appena trascorso che mi ha vista troia più che mai.
Rido rileggendo gli obiettivi impossibili che mi ero posta perché mi rendo conto di quanto io intelligente sia stata : mi pongo traguardi irraggiungibili per poter trovare una giustificazione nel momento in cui io non riesca a soddisfarli.
Ho provato a fare un elenco di tutti gli uomini che dal martedì al venerdì sono stati nel mio cuore ma essendo veramente tanti ho deciso che avrei solo citato quelli che in qualche modo sono stati rilevanti:

-   Eddi
-   Ale mollaccione
-    Eddi un’altra volta
-    Uno di cui non ricordo neanche il nome
-     Il signor Pollo
-  Il francese
-   E ancora Eddi
- Il melananas che non fu mangiato ma solo vomitato
-  Una passeggiata alle 4 del mattino a Mondello
- Eddi (ma dai ancora?!)
-                                                   
-   L’uomo della mia vita che io ritengo essere un coglione ma è veramente un gran bel figo
-   Eddi(ebbasta!!!!)
- La stessa passeggiata alle 4 del mattino a Mondello che poi si è trasformata in un pomeriggio altrove e in una sera da un’altra parte e che si è conclusa con un discorso che io stessa, nonostante lo abbia fatto, non ho ancora capito.
-  Mentre morivo che mi accompagnerà per tutta la vita.
                  

                                 Come i cercatori d’oro anche io raccolgo più sassi che pepite


martedì 3 dicembre 2013

Ed io che sono nata suicida , vivo al contrario?





Combatto contro la voglia di cominciare a scrivere ponendo una domanda.
Lascio , come sempre, che quella parte di me che non viene fuori quando parlo scriva.
La penna ha accesso a parti di me che non conosco.
Penso molto in questi giorni e non riesco a fare altro.
Mi interrogo sull’inutilità d’essere un superuomo che distrugge ogni equilibrio che crea e mi chiedo il perché io non riesca a fare a meno di cercarlo se ho nausea della vita.
Perché affannarsi per vivere meglio se l’unico desiderio che si ha è quello di morire?
Dal momento del nostro primo vagito intraprendiamo la strada che inevitabilmente ci porterà alla morte; ed io che sono nata suicida , vivo al contrario?
Amerò la vita solo quando morirò?
Sento , in maniera vivida, che questo è uno di quei momenti (vista la durata non quantificabile sarebbe più corretto usare il termine “periodo” ma mi concedo qualche ottimistica licenza poetica) in cui desidero ardentemente che tutto finisca (insieme alla vita anche il mio uso eccessivo degli avverbi).
Stasera la musica mi deconcentra.
Lavoro, respiro e vivo come se lo facessi per gli altri ma sicuramente non per me stessa.
Ho l’anima in riserva ed il cuore anche se riuscisse a partire non saprebbe dove andare.
Sono arrivata alla conclusione che accetterò il fallimento e l’ennesima perdita per cercare di dare uno scossone alla mia staticità.
I passi che facciamo incontro al passato ci illudono facendoci credere che ciò sia movimento ma è solo staticità attiva.
Quante cancellature, quanta confusione, quanti pensieri che si affollano su questa papermate magica.
Mi piace vedere le mie penne come delle medium capaci di comunicare con i fantasmi della mia mente.
Ad alcuni ho dato dei nomi(sì ho precedenti di malattie mentali in famiglia):
Osvaldo è colui il quale boccaccescamente parla di culi e uccelli;
Sofia si interroga spesso sulla propria natura, è più vicina all’esteta di Kierkegaard oppure è semplicemente un’egodistonica fallita e se invece fosse una schizoide?
Circe è perennemente innamorata ed ogni nuovo amore è sempre quello giusto e rigorosamente diverso dal precedente: “tutti coglioni speciali” commenterebbe Osvaldo.
Didi, simile ad una depresse suicida, odia tutti gli altri e li giudica superficiali e poco interessanti: cerca di soffocare con modi gentili il rude Osvaldo, distrae Sofia con letture leggere e compagnie poco stimolanti , getta Circe in un profondo pessimismo ponendole ogni volta davanti tutti i suoi miseri fallimenti.
Didi è una desiderio di morte così forte che vorrebbe vivere autonomamente.
E’ stanca della cazzoneria di Osvaldo che svilisce l’innamoramento di Circe, è stanca della remissività filosofia di Sofia che invece di camminare pensa ai passi che dovrà  fare.
Didi non vuole più essere quella che scrive.
Da oggi, dice, si rifiuterà categoricamente ci raccogliere le lacrime dell’eterna innamorata, non sarà più la voce delle insicurezze della filosofa , smetterà d’essere magnanima e gentile con quel finocchio sboccato.
Oggi Didi ha comprato una pistola, chi sarà il primo a morire?


giovedì 28 novembre 2013

Quattro mani e mezzo cuore



Mentre morivo eri qui
E non lo sapevo
Ma ti sentivo dentro
Vibrare forte
Immaginandoti così lontana
Succhiavo caramelle
Raccolte dal marciapiedi
In una città senza storia
Perché non era mai esistita
Come non eravamo mai esistiti noi
Ci stiamo davvero intrecciando
Fra parole , virgole ed emozioni
E non riconosco se è Morte o vita
Questa voglia di averti fra le dita;
forse non potrei più riconoscere
né saper distinguere
Il ricordo tenue sfuma nella realtà.
Un giorno saprai dirmi
Senza stupidi giri di parole
Che l’alba senza di me
Non ha lo stesso profumo e calore
Oggi striscia sinuosa tra le veneziane
Domani riscalderà la tua pelle
Ferirà la tua pupilla.
Il cuore ormai è domato
E dalla voce imbrigliato.
Svegliami da questo sogno
E con un bacio acolico
Riportami alla vita
Perché non credo nella morte
Di un’anima ferita.
Le labbra spente che brami
Si schiudono in un
Fatal sposiro nella trepidante
Attesa d’un sorso di Lete
Salvifico per menti disperse
Nella ragione.
Basta voglio una interminabile
Follia per non porre fine
A questa erotica fantasmagoria.



                          MentreMorivo e Didi 
                                                  9 aprile 2013 Liguria - Sicilia







martedì 26 novembre 2013

Una storia semplice






Ho le mani fredde ed in genere mi capita quando mi lascio sopraffare dall’isteria femminea.
Sorrido scrivendo perché lo trovo ironico : sono donna e da donna mi comporto.
Nel corso di questi ultimi anni ho preso consapevolezza di ciò che posso e non posso prevedere.
Per quanto io forte possa sembrare continuo a voltarmi verso il telefono per controllare se sia acceso; è il telefono guasto o il cuore?
Il cuore un po’ duole ma li chiamano malanni di stagione.
Andare giù è un secondo, pensare di buttarsi via un minuto, accettare che sia arrivato il momento di farlo è più faticoso.
E continuo a voltarmi sperando che si accenda.
Ciò che più odio di me è la capacità di prevedere le situazioni ma non le mie reazioni , mi sopravvaluto ogni volta.
Ho le mani fredde e non c’è niente che riesca a scaldarle.
Pensando di non essermi voltata abbastanza ho lasciato la sedia per controllare il telefono, e mi volto di nuovo.
Il problema non è il mondo, il problema sono io e sobbalzo sentendo uno squillo ma è solo la musica che sto ascoltando e che ho messo su per illudermi che il telefono non suona solo perché è lontano e non lo sento : ho mal di testa.
Mi pongo sempre obiettivi irraggiungibili?
Potrei ignorare il mal di testa, le mani fredde i pensieri e il male al cuore e fingere di non sentire nulla.
Potrei ignorare il brusio nella mia mente, la nausea per la vita , potrei ignorare il tintinnio fastidioso che fanno le dita nervose che sbattono sulla scrivania in rovere moro.
Potrei non cedere all’impulso di voltarmi per controllare il telefono , potrei andare giù, potrei piangere : ma io non piango quando le parole cadono sul foglio come se fossero lacrime , come se dalla penna uscissero direttamente dall’anima.
E poi mi dicono che non scrivo di stomaco, forse è perché non vivo con il culo?
Non riesco a starmene tranquilla e sto a riempire pagine e pagine di parole che si intervallano a fugaci sguardi vero un telefono che resta muto.
Adesso andrò a fumare la duecentesima sigaretta della giornata sperando che uno stormo di uccelli notturni mi rapisca per pietà.





L'inquietudine

L'idea di tutti gli ideali ,per me odora di freddo , di dolore : ha l'odore di quando le strade sono impossibili.